Le beatitudini sono «la carta d’identità del cristiano». Per questo è necessario riprendere in mano quelle pagine del Vangelo e rileggerle più volte, per poter vivere fino in fondo un «programma di santità» che va «controcorrente» rispetto alla mentalità del mondo.

Le beatitudini  (Matteo 5, 1-12) si inseriscono nel contesto della nostra quotidianità. Gesù parla «con tutta semplicità» e fa come «una parafrasi, una glossa dei due grandi comandamenti: amare il Signore e amare il prossimo». Così «se qualcuno di noi fa la domanda: “Come si fa per diventare un buon cristiano?”», la risposta è semplice: bisogna fare quello che dice Gesù nel discorso delle beatitudini.

«Il ricco normalmente si sente sicuro con le sue ricchezze. Lo stesso Gesù ce lo ha detto nella parabola del granaio», parlando di quell’uomo sicuro che, da stolto, non pensa di poter morire quello stesso giorno.

«Le ricchezze non ti assicurano niente. Di più: quando il cuore è ricco, è tanto soddisfatto di se stesso, che non ha posto per la parola di Dio». È per questo che Gesù dice: «Beati i poveri in spirito, che hanno il cuore povero perché possa entrare il Signore». E ancora: «Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati».

Al contrario «il mondo ci dice: la gioia, la felicità, il divertimento, quello è il bello della vita!». E «ignora, guarda da un’altra parte, quando ci sono problemi di malattia, problemi di dolore nella famiglia». Infatti «il mondo non vuole piangere: preferisce ignorare le situazioni dolorose, coprirle». Invece «soltanto la persona che vede le cose come sono, e piange nel suo cuore, è felice e sarà consolata»: con la consolazione di Gesù e non con quella del mondo.

«Beati i miti» è un’espressione forte, soprattutto «in questo mondo che dall’inizio è un mondo di guerre; un mondo dove dappertutto si litiga, dove dappertutto c’è l’odio». Eppure «Gesù dice: niente guerre, niente odio! Pace, mitezza!». Qualcuno potrebbe obiettare: «Se io sono così mite nella vita, penseranno che sono uno stolto». Forse è così, tuttavia lasciamo pure che gli altri «pensino questo: ma tu sei mite, perché con questa mitezza avrai in eredità la terra!».

«Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia» è un’altra grande affermazione di Gesù rivolta a quanti «lottano per la giustizia, perché ci sia giustizia nel mondo». La realtà ci mostra quanto sia «facile entrare nelle cricche della corruzione», far parte di «quella politica quotidiana del do ut des» dove «tutto è affari» e «quanta gente soffre per queste ingiustizie!». Proprio davanti a questo «Gesù dice: sono beati quelli che lottano contro queste ingiustizie». Così «vediamo proprio che è una dottrina controcorrente» rispetto a «quello che il mondo ci dice».

Ancora: «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia». Si tratta di «quelli che perdonano, capiscono gli errori degli altri». Gesù «non dice: beati quelli che fanno la vendetta, che si vendicano», o che dicono «occhio per occhio, dente per dente», ma chiama beati «quelli che perdonano, i misericordiosi». E bisogna pur sempre pensare, ha ricordato, che «tutti noi siamo un esercito di perdonati! Tutti noi siamo stati perdonati! E per questo è beato colui che va per questa strada del perdono».

«Beati i puri di cuore», poi, è una frase di Gesù che si riferisce a quanti «hanno un cuore semplice, puro, senza sporcizie: un cuore che sa amare con quella purezza tanto bella». Quindi «beati gli operatori di pace» richiama le tanti situazioni di guerra che si ripetono. Per noi «è tanto comune essere operatori di guerre o almeno operatori di malintesi». Accade «quando io sento una cosa da questo e vado da quello e la dico; e anche faccio una seconda edizione un po’ allargata e la riporto». Insomma, è «il mondo delle chiacchiere», fatto da «gente che chiacchiera, che non fa pace», che è nemica della pace e non è certo beata.

Infine, proclamando «beati i perseguitati per la giustizia», Gesù ricorda «quanta gente è perseguitata» ed «è stata perseguitata semplicemente per avere lottato per la giustizia».

«Questo è il programma di vita che ci propone Gesù». Un programma «tanto semplice ma tanto difficile» allo stesso tempo. «E se noi volessimo qualcosa di più Gesù ci dà anche altre indicazioni», in particolare «quel protocollo sul quale noi saremo giudicati che si trova al capitolo 25 del Vangelo di Matteo: “Sono stato affamato e mi hai dato da mangiare; ero assetato e mi hai dato da bere; ero ammalato e mi hai visitato; ero in carcere e sei venuto a trovarmi”».

I testi che pubblichiamo sono tratti dagli articoli de L’Osservatore Romano (ed. quotidiana) sulle omelie feriali pronunciate da Papa nella Domus Sanctae Marthae.

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