È il rapporto con Gesù Cristo che salva il prete dalla tentazione della mondanità, dal rischio di diventare untuoso anziché unto, dall’idolatria del dio Narciso. Il sacerdote, infatti, può anche perdere tutto ma non il suo legame con il Signore, altrimenti non avrebbe più nulla da dare alla gente.

Il brano proposto dalla liturgia (5, 5-13) ci dice che abbiamo la vita eterna perché crediamo nel nome di Gesù. Ecco le parole dell’apostolo: «Questo vi ho scritto perché sappiate che possedete la vita eterna, voi che credete nel nome del Figlio di Dio».

E questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede. Infatti la nostra fede è la vittoria contro lo spirito del mondo. La nostra fede è questa vittoria che ci fa andare avanti nel nome del Figlio di Dio, nel nome di Gesù.

Ma com’è il nostro rapporto con Gesù? Una domanda «forte» soprattutto per noi che siamo sacerdoti: come è il mio rapporto con Gesù Cristo?

La forza di un sacerdote è in questo rapporto. Infatti quando la sua popolarità cresceva, Gesù andava dal Padre. Luca, nel passo evangelico della liturgia (5, 12-16), racconta: «Ma egli si ritirava in luoghi deserti a pregare». Così quando si parlava sempre di più di Gesù e le folle, numerose, venivano ad ascoltarlo e a farsi guarire, lui dopo andava a trovare il Padre. Un atteggiamento, ha puntualizzato il Papa, che costituisce «la pietra di paragone per noi preti: andiamo o non andiamo a trovare Gesù.

Allora viene spontaneo un esame di coscienza:Qual è il posto di Gesù Cristo nella mia vita sacerdotale? È un rapporto vivo, da discepolo a maestro, da fratello a fratello, da povero uomo a Dio? O è un rapporto un po’ artificiale che non viene dal cuore?

Quanto male fanno alla Chiesa i preti untuosi! Quelli che mettono la forza nelle cose artificiali, nelle vanità, quelli che hanno un atteggiamento, un linguaggio lezioso. E quante volte si sente dire con dolore: ma questo è un prete che somiglia a una farfalla, proprio perché sempre è nella vanità e non ha il rapporto con Gesù Cristo: ha perso l’unzione, è un untuoso.

Pur con tutti i limiti, siamo buoni sacerdoti se andiamo da Gesù Cristo, se cerchiamo il Signore nella preghiera: la preghiera di intercessione, la preghiera di adorazione. Se invece ci allontaniamo da Gesù Cristo, dobbiamo compensare questo con altri atteggiamenti mondani. E così vengono fuori tutte queste figure come il prete affarista, il prete imprenditore. Ma il sacerdote adora Gesù Cristo, il prete parla con Gesù Cristo, il prete cerca Gesù Cristo e si lascia cercare da Gesù Cristo. Questo è il centro della nostra vita. Se non c’è questo perdiamo tutto! E cosa daremo alla gente?.

È bello trovare preti che hanno dato la vita come sacerdoti. Preti dei quali la gente dice: ma sì, ha un caratteraccio, ha quello e ha quello, ma è un prete! E la gente ha il fiuto!. Invece, se si tratta di preti, a dire una parola, “idolatri”, che invece di avere Gesù hanno i piccoli idoli la gente quando vede questo dice: poveracci!. Dunque è proprio il rapporto con Gesù Cristo a salvarci dalla mondanità e dall’idolatria.

I testi che pubblichiamo sono tratti dagli articoli de L’Osservatore Romano (ed. quotidiana) sulle omelie feriali pronunciate da Papa nella Domus Sanctae Marthae.

© Copyright – Libreria Editrice Vaticana